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18 Settembre 2015 0

Partendo dal presupposto che una diagnosi precoce incide positivamente sull’outcome di un disturbo di linguaggio, e aggiungendo il dato di fatto che molte mamme si aspettano che siano figure professionali come quella del pediatra (o delle maestre) a segnalare eventuali problematiche nel bambino, ecco qui di seguito alcune indicazioni che possono aiutare il pediatra a rilevare i segni iniziali di un ritardo o di un disturbo di linguaggio e di conseguenza segnalare ai genitori il rischio.

Inizialmente, in caso di dubbi, il medico potrebbe richiedere un esame audiometrico e una visita dal neuropsichiatra infantile. Continuare poi a monitorare l’evoluzione del linguaggio (il progresso degli aspetti fonetico-fonologici, l’accrescimento del vocabolario, lo sviluppo della competenza morfosintattica…) e prestare attenzione ad eventuali comorbiditá (disturbi della relazione, disturbi dell’apprendimento…).

Come valutare tutto ciò? Vagliando innanzitutto la presenza di alcuni indicatori di rischio:

  • familiarità per ritardo/disturbo di linguaggio
  • presenza di otiti ricorrenti nei primi 2-3 anni di vita
  • difficoltà di comprensione del linguaggio verbale
  • produzione inferiore alle 10 parole a 24 mesi
  • produzione inferiore alle 50 parole e assenza di combinazione di almeno 2 parole a 30 mesi

Se a 30-36 mesi il bambino sembra presentare un significativo ritardo di linguaggio, ed in particolare questo include difficoltà di comprensione, il pediatra dovrebbe consigliare ai genitori di intraprendere un trattamento, che includerà un’iniziale visita dal neuropsichiatra infantile e poi l’invio dal logopedista; viceversa potrebbe programmare dei follow-up ravvicinati e nel frattempo dare consigli ai genitori su come stimolare adeguatamente il figlio, se non sono evidenti le problematiche a livello di comprensione. Tuttavia, se la situazione non migliora nell’arco di altri 6 mesi, il bambino è ormai giunto ad un’età spartiacque tra un ritardo e un disturbo di linguaggio, quindi sarà il caso che il bambino venga preso in carico dallo specialista.

Potrebbe essere utile uno strumento come il Primo Vocabolario del Bambino (un questionario per la valutazione del linguaggio nei primi anni di vita).

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2 Settembre 2015 0

Per i bambini il gioco è la realtà attraverso cui apprendono, si relazionano, crescono e si divertono. Giocare è quello che vorrebbero (e devono!) fare per la maggior parte del loro tempo.
Potremmo grossolanamente distinguere due categorie di gioco:

  • il gioco di esercizio (0-24 mesi circa), coinvolge le strutture percettive e motorie, il bambino sperimenta le capacità del proprio corpo, appunto esercitandosi e cimentandosi in attività (giochi) motorie di vario tipo;
  • il gioco simbolico (dai 24 mesi circa), in cui sono implicate capacità di simbolizzazione, rappresentazioni mentali: immaginare oggetti non presenti, evocare situazioni e contesti…
    Quindi gioco simbolico significa “agire come se”, “far finta di” e implica la presenza dell’oggetto neutro (cioè un oggetto usato come se fosse un altro, ad esempio una penna usata come fosse un cucchiaino).

Quello che ci interessa particolarmente è proprio questo secondo tipo di gioco, dal momento che le capacità simboliche necessarie per metterlo in atto sono fortemente collegate al linguaggio: la capacità di usare le parole intese come simboli al posto dell’oggetto reale affonda le sue radici nella competenza simbolica emersa nel e con il gioco.

I processi che devono maturare al fine di sviluppare un buon gioco simbolico sono i seguenti:

  • processo di decentramento (capacità di eseguire azioni di gioco su altri)
  • processo di decontestualizzazione (capacità di eseguire azioni della vita reale ma in contesti diversi da quelli ordinari)
  • processo di integrazione (capacità di eseguire azioni a diversi partner in sequenza e coordinare diverse azioni in strutture temporali e causali coerenti)

Le tappe dello sviluppo del gioco del bambino

Ripercorriamo insieme le tappe di sviluppo del gioco di un bambino, precisando che la schematizzazione non è realmente così rigida e che quindi alcune tappe potrebbero accavallarsi:

  • prima dei 12 mesi: attività unitarie funzionali (un unico effetto su un singolo gioco, ad es. scuotere sonaglino, tirare una palla… attività apprese per imitazione)
  • dai 12 ai 18 mesi: schemi di azione con oggetti e attività combinatorie (usa oggetti simili ai reali e associa due funzioni, anche se in modo inappropriato, ad es. mette un coperchietto su una tazzina)
  • dai 18 ai 24 mesi: schemi di azione e attività combinatorie (stavolta le funzioni vengono associate in modo appropriato ottenendo un risultato funzionale, ad es. il coperchio sulla pentolina, inoltre compare l’oggetto neutro)
  • dai 24 ai 30 mesi: sequenze di simbolizzazione (il bambino “fa finta”, gioco simbolico che è prima autodiretto e poi eterodiretto, quindi ad es. il bambino fa finta di bere e in un secondo momento farà bere anche mamma o dei pupazzi; tali azioni simboliche saranno poi anche messe in sequenze temporali, ad es. prima fa finta di mettere lo zucchero e poi fa finta di girarlo)
  • dai 30 ai 36 mesi: drammatizzazione (rievoca in maniera canonica eventi della vita quotidiana)
  • dopo i 36 mesi: alta simbolizzazione (le drammatizzazioni riguardano anche altri bambini che collaborano nello svolgere un tema)

In definitiva, dall’osservazione di gioco di un bambino si possono ricavare informazioni preziose ed importanti sul suo sviluppo cognitivo, relazionale e comunicativo-linguistico.

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4 Maggio 2015 0

Vi presento la nuova collaborazione aperta presso lo studio di Via Tacito 9 ad Albano Laziale con la dott.ssa Chiara Fantacci, psicologa dell’età evolutiva. Sarà possibile chiedere un consulto alla dottoressa previo appuntamento contattandola al numero 333 894 5577.

Ho chiesto alla dottoressa di presentarsi e offrire una breve panoramica delle consulenze che può offrire.

Chi sono

La mia formazione accademica si esplicita attualmente con la frequentazione della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale presso l’Istituto A.T. Beck, diretta dalla Dottoressa Antonella Montano e ufficialmente riconosciuta dal MIUR. Ho conseguito la laurea magistrale, con il massimo dei voti, in Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione nel 2011. Ho trascorso, inoltre, un periodo di frequentazione volontaria presso il Reparto di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Sono iscritta all’Ordine degli Psicologi del Lazio – Nr. 19486.

Ciò che motiva il mio lavoro è il desiderio di offrire sostegno, professionalmente valido, rivolto ad una tra le fasi di sviluppo più delicate e, nello stesso tempo, turbolente della vita: l’età evolutiva. A tal fine cerco di mantenere la mia formazione continuamente aggiornata ed aperta a nuovi stimoli professionali e/o personali.

Di cosa mi occupo

  • Psicodiagnosi, supporto psicologico
  • Consulenze per gli insegnanti
  • Difficoltà di crescita
  • Disturbi del sonno
  • Gelosie tra fratelli
  • Disturbi d’ansia e paure
  • Difficoltà emotive e/o relazionali
  • Problemi comportamentali
  • Difficoltà di attenzione e iperattività
  • Percorsi di orientamento scolastico e professionale
  • Adolescenze problematiche
  • Mancanza di comunicazione
  • Riabilitazione neuropsicologica
  • Separazione genitoriale
  • Sostegno psicologico rivolto al bambino/adolescente
  • Sostegno psicologico rivolto alla coppia genitoriale

Sono a disposizione di tutti i genitori che vogliano avere un parere professionale sul percorso da far intraprendere ai propri figli. Potete contattarmi al numero 333 894 5577 per fissare un appuntamento presso lo studio di Albano Laziale.

 


11 Febbraio 2015 0

Il primo colloquio con la logopedista è innanzitutto un momento per “conoscere e farsi conoscere”, nonchè uno spazio di ascolto per esprimere dubbi e aspettative e ricevere chiarimenti.

É poi di fondamentale importanza per un iniziale inquadramento diagnostico del caso, che guiderà in parte le scelte nei successivi incontri di valutazione. Infatti verranno ripercorse, attraverso domande volte ai genitori, le tappe dello sviluppo del bambino.

Partendo dal presupposto che una buona diagnosi non è solo un’etichetta da dare ad un bambino, bensì l’inizio di scelte terapeutiche mirate e che concorre alla diagnosi una raccolta anamnestica ben condotta, allora scegliamo le giuste domande per avere le giuste risposte!

Al seguente link puoi trovare la raccolta anamnestica per il primo colloquio con la logopedista.

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2 Ottobre 2014 0

La legge 289/90 è stata creata per aiutare le famiglie di bambini affetti da DSA a sostenere le spese necessarie per il benessere del figlio, ad esempio per l’acquisto di per PC, software per computer, medici specialisti (logopedista, psicologa).

Requisiti per l’indennità di frequenza DSA

Ecco i requisiti necessari per ottenere l’indennità di frequenza:

  • età del figlio fino a 18 anni;
  • essere cittadino italiano o UE residente in Italia, o essere cittadino extracomunicario in possesso del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo;
  • essere stati riconosciuti “minore con difficoltà persistenti a svolgere le funzioni proprie dell’età” (L. 289/90) o “minore con perdita uditiva superiore a 60 decibel nell’orecchio migliore”;
  • frequenza ad un centro di riabilitazione, a centri di formazione professionale, a centri occupazionali o a scuole di ogni grado e ordine;
  • non disporre di un reddito annuo personale superiore a Euro 4.795,57.

Per il 2014 l’importo è di 279,19€ al mese. L’indennità di frequenza viene erogata  durante tutto l’anno scolastico (9 mesi) per scuole di ogni ordine e grado, compreso l’asilo nido. Ogni anno a giugno l’indennità viene sospesa, andrà presentato a settembre il certificato di frequenza all’INPS e aspettare che venga nuovamente avviata, ci potrebbe volere qualche mese, ma verranno comunque accreditati tutti gli arretrati.

Procedura per la richiesta dell’indennità di frequenza

La prima cosa da fare è andare dal medico curante o dal pediatra e spiegare che si vuole attivare la procedura per la richiesta di indennità di frequenza all’INPS. Il medico dovrà emettere un certificato, da inviare per via telematica all’INPS, dove si attesta che il bambino è affetto da dislessia.

A questo punto bisogna recarsi presso il patronato dell’INPS entro 30 giorni e avviare la procedura di richiesta. Ora non resta che attendere (anche diversi mesi) che l’INPS vi contatti per fissare l’appuntamento con il medico legale.

La visita con il medico legale potrebbe essere stressante per vostro figlio, ecco perché è meglio prepararlo accuratamente, rassicurandolo e spiegandogli tutto quello che accadrà. Alla visita bisogna portare:

  • Tutta la documentazione riguardante la dislessia di vostro figlio (compresi i quaderni di scuola, se il bambino già scrive)
  • La documentazione raccolta durante le visite specialistiche (otorino, oculista, psicologo, neurologo)
  • La documentazione sulle spese da sostenere (terapia logopedica per DSA, ripetizioni, programmi compensativi, acquisto di PC e software…).
Dopo la visita non è detto che la richiesta sia accettata, per averne la certezza occorre attendere un po’ di tempo e la conferma arriva via raccomandata. Nella risposta viene indicato se la domanda è stata accettata del tutto o solo in parte e qual è la data di scadenza, dopo la quale andrà richiesto un nuovo appuntamento per analizzare la situazione del bambino.
A questo link c’è una documentazione più specifica che illustra tutta la procedura.
A questo link è possibile scaricare tutta la modulistica INPS “Autocertificazione dell’iscrizione/frequenza scolastica o universitaria di figli.”

 

 


27 Giugno 2014 0

Ecco il decalogo messo a punto dalla FLI (Federazione Logopedisti Italiani) per proteggere la voce e mantenerla bella il più a lungo possibile.

1. Imparate a respirare bene prima di iniziare a parlare e mentre state parlando: eviterete così di rimanere senza fiato e sforzare le corde vocali.

2. Avvicinatevi alle persone per parlare: eviterete di dover urlare.

3. Guardate in faccia le persone con cui state parlando: sarà più facile capirsi senza dover aumentare il volume.

4. Se qualcuno sta parlando, aspettate che finisca prima di iniziare voi: in questo modo non sarete costretti ad alzare la voce.

5. Se potete, non bisbigliate: è una cattiva abitudine che stanca le corde vocali.

6. Se siete raffreddati, avete l’influenza o il mal di gola, cercate di non parlare troppo: affatichereste inutilmente la voce.

7. Non parlate mentre state facendo ginnastica, correndo o spostando oggetti pesanti: sarebbe un eccessivo sforzo per le corde vocali.

8. In alcune posizioni, la voce fa più fatica a venire fuori: non sforzatela.

9. Cercate di parlare meno quando siete al parco giochi, allo stadio, in cortile, a un concerto o in posti molto grandi e affollati: per farvi sentire sareste costretti a sforzare la voce.

10. I luoghi molto freddi, troppo caldi o dove ci sono persone che fumano non sono il posto ideale per esercitare la voce.

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27 Maggio 2014 0

Fin dagli anni ’60 sono stati numerosi gli studi che davano risalto all’importanza dell’input linguistico fornito dal genitore per lo sviluppo del linguaggio del proprio figlio. Madre e bambino hanno entrambi un ruolo attivo e giungono insieme alla costruzione e condivisione di conoscenze.

Esistono 5 stili genitoriali che ora brevemente riassumo:

TUTORIALE: la mamma ripete, espande o riformula i concetti espressi dal figlio; richiama l’attenzione su esperienze passate condivise e incoraggia il figlio con lodi verbali e non-verbali

CONVERSAZIONALE: la mamma cerca di mantenere attive le linee di comunicazione con domande aperte, commenti o comportamenti empatici o fornendo auto-risposte a domande formulate da lei stessa

DIDATTICO: come una brava maestra la mamma rivolge al bambino domande chiuse, chiede di ripetere o denominare e fornisce informazioni e dimostrazioni o correzioni laddove necessario

CONTROLLO: la mamma interviene verbalmente o non per dirigere o modificare le azioni e l’attenzione del bambino verso un’altra situazione, diversa da quella che stava già agendo il figlio

ASINCRONICO: la mamma ignora comportamenti del figlio rivolti a lei e sovrappone le sue azioni (o parole) a quello che il bambino stava già facendo, cercando di cambiare argomento

 

I primi tre stili sono quelli vincenti, quelli cioè che una volta adottati stimoleranno al meglio il vostro bambino. Perciò insegnate, conversate e “fate da tutor” a vostro figlio, ponendo attenzione alle sue iniziative così da accoglierle e condividerle; senza pretendere di avere il controllo ma lasciando ampio spazio alla fantasia!

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23 Aprile 2014 0

Sfatiamo alcuni luoghi comuni sul bilinguismo…

 

Qualsiasi esposizione ad una seconda lingua porta ad essere bilingui. Non è così: la quantità e la qualità dell’input linguistico che forniamo al bambino sono cruciali! Il bilinguismo non è una tecnica, è un tipo di educazione che quindi necessità di flessibilità e adattamento; l’ambiente linguistico in cui immergiamo il bambino deve essere sempre ricco e stimolante; c’è bisogno di un impegno costante almeno fino ai 7-8 anni di vita, così da garantire un’esposizione bilanciata per un bilinguismo armonioso. Importate la regola d’oro UN GENITORE-UNA LINGUA.

 

In secondo luogo sfatiamo il mito delle difficoltà linguistiche o della confusione che l’esposizione a due (o più) lingue potrebbe creare… Falso! Il bilinguismo non comporta nessun costo cognitivo/linguistico per il bambino, quello che c’è di vero è un’apparente ritardo iniziale nell’acquisizione del linguaggio, dovuta al fatto che il bambino sta acquisendo due lingue con due lessici separati che progrediscono in maniera diversa a seconda dell’esposizione.

 

Non è poi nemmeno vero che il bilinguismo porti a difficoltà scolastiche, così come non è decisiva la scelta della lingua nella quale insegnare a leggere e scrivere, dal momento che le competenze necessarie agli apprendimenti scolastici acquisite in una lingua verranno poi trasferite anche all’altra.

 

In definitiva il bilinguismo è una ricchezza, studi dimostrano che bambini bilingui hanno maggiori capacità di concentrazione, sono più abili nel generalizzare regole provenienti da input misti, sono più creativi e hanno un pensiero più flessibile. Inoltre il bilinguismo facilita il successo accademico, l’integrazione sociale e lavorativa. Ogni lingua è preziosa, non ce n’è una più difficile di un’altra e tutti i bambini possono imparare!

 

Dal momento comunque che il bilinguismo non è la causa ma nemmeno un antidoto contro i DSL, consiglio di rivolgersi ad uno specialista se il bambino mostra in almeno uno delle lingue le seguenti difficoltà:

-a 3 anni il bambino ha difficoltà ad esprimersi combinando 2 o più parole, il linguaggio risulta inintelligibile e si    notano difficoltà di attenzione

-a 4 anni il bambino balbetta o ripete parole senza comprenderle, gli altri faticano a capirlo e usa parole non adeguate al contesto

-a 5 anni non compone frasi complete e non segue le consenge

 


19 Marzo 2014 0

NAPOLI – «Se non ti serve più, regalalo a noi», così Maurizio Capone invita a donare oggetti di uso comune (tastiere, mouse, giochi e molto altro) all’ausilioteca dell’associazione «Ipertesto».

“Un luogo dove questi oggetti – spiega il presidente Francesco Bianco – potranno diventare ausili per giovani e adulti con difficoltà d’accesso alla comunicazione e alla didattica” Per maggiori informazioni contattate l’associazione tramite il sito ipertesto.org, oppure al numero 081 5790743».

In sintesi si tratta di regalare cose che non servono più, perché vecchie o rotte, all’associazione vomerese che provvederà a trasformarle in qualcos’altro, in modo che potranno essere d’aiuto a ragazzi con disabilità. Con simpatia e capacità, Capone trasforma una tastiera in un tamburo, un barattolo in uno xilofono. “Ogni oggetto può diventare qualcosa di impensabile. Quello che a noi non serve più, per molte persone può essere importante».

Questa filosofia di vita, divenuta arte sin dai tempi della nascita dei BungtBangt, nel 2000, quando Capone creò quello che a tutti gli effetti era un laboratorio permanente adatto a realizzare una nuova, esplosiva, idea della musica, unisce in sé e dà vita a sani principi e valori: l’aiuto al prossimo, il rispetto per l’ambiente e il saper lavorare insieme per un obiettivo comune.


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